venerdì 31 dicembre 2010

Tedeum laudamus - Un film per le festività

Per questi giorni di festa che ci rimangono vi propongo un film molto difficile da trovare.
Chi sono i re Magi? Chi sono gli ultimi? Cosa significa redenzione? Cosa significa il mistero di una nascita nel luogo più ostile alla vita che si trova in terra? Alle domande retoriche che indegnamente pongo risponde in modo mirabile, col suo tratto ironico e concreto John Ford, regista di questo film e testimone insieme ad altri della sua generazione dello spirito dei fondatori americani, di quel popolo che nelle sue pellicole è il vero protagonista.
In Italia è stato proiettato con il titolo "In nome di Dio" o "Il texano" (come al solito chi sceglie i titoli in Italia è proprio miope). E' stato criticato per gli eccessi di citazioni religiose e non sembra un vero western ma attenti a bollarlo come un film minore. Potrebbe regalarvi delle belle sorprese.
Buon 2011 a tutti!


martedì 28 dicembre 2010

Buon Natale da casa Morabito

Quando si hanno quattro gatti in casa possono venirti le allucinazioni....

martedì 21 dicembre 2010

lunedì 20 dicembre 2010

The americans

Copertina del volume originale di "Gli americani"

Cosa significa incontrare una serie di foto dolorose?

In un aneddoto personale, Giovanni Chiaramonte ha descritto un momento della vita in cui si dovette svuotare del sapere acquisito, ma forse ancor più della mentalità di cui era intriso, per far posto alla realtà circostante. Sembrerebbe un’affermazione romantica e letteraria, se non fosse profondamente vera. Lo prova l’opera di Frank, segnata dalle costanti ferite inflitte da quegli incontri fortuiti e imprevisti fissati sulla pellicola. Non puoi essere toccato così in profondità se sei già colmo dei preconcetti di cui la società si fa scudo.

Ma di qualcosa bisogna essere comunque pieni, anzi straboccanti, pena una retorica posticcia e mortifera. Robert Frank era pieno di un desiderio, struggente, di conoscere e carpire la coscienza di quella nazione. L’introduzione di Jack Kerouac non può essere più esplicita nel ribadire come il fotografo sia riuscito a incarnare l’americano vero nei suoi scatti. Non quello di cartone della pubblicità o fittizio del cinema “western” ma quello autentico, ancorato alla propria quotidianità, al proprio oggi.

Le foto di Frank sono l’esempio più alto di poesia che si può estrarre dalla fotografia di cronaca, documento e al tempo stesso anima delle persone e dei luoghi descritti.

Oggi non esiste più neanche la possibilità di concepire un immagine del genere, perché ormai filtrata da una sensibilità globalizzata, artificiale, svezzata dal flusso di informazioni. Essa è capace di generare con una consumata retorica un involucro vuoto fatto delle forme che erano della fotografia di Frank ma non del suo spirito, oppure individua solo l’elemento relativistico che già l’autore mostrava come presente in quegli anni ma ora assolutizzato in una forma retorica tanto perfetta quanto algida.

In un certo senso quegli uomini della beat generation erano puri, genuini e selvaggi.

I veri selvaggi della modernità.

Robert Frank in una foto di Richard Avedon